|
|
APPUNTI STORICI di Peppino Tosi estratto dal "Bollettino storico per la Provincia di Novara" - Anno LXX - n.1 - 1979 |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Oleggio Castello, paese dai natali certamente antichissimi, è situato tra le lussureggianti colline che fanno corona al bacino meridionale del lago Maggiore, con nello sfondo l'incantevole scenario delle Alpi e delle Prealpi, dominate dal massiccio del Monte Rosa. Vana la ricerca da chi fu fondato e quanti e quali siano stati i suoi primi abitatori. Sembra, però, accertato che le palafitte dei "Lagoni", in prossimità di Mercurago, appartenessero alla civiltà neolitica; quindi, logicamente, v'è da supporre che, i primi uomini che presero dimora nel Basso Verbano, abbiano sostato sulle colline emerse dalle acque dopo che queste s'erano ritirate. A queste popolazioni, dedite essenzialmente al lavoro della terra ed alla pastorizia, una relativa pace ed un adeguato benessere non potevano certamente mancare. Ma quello che era proprio motivo di pace e di benessere divenne presto causa di ingordige e di opposti contrasti. Una terra fertile ed ubertosa, beneficata da un clima mite e circondata da un panorama incantevole, non poteva non ingolosire altre popolazioni costrette a vivere fra le nebbie del nord o nelle desolate pianure del mezzogiorno; e questa fu la causa prima della infiltrazione di altri popoli. Dai Liguri agli Insubri e, quindi, ai Celti ed agli Etruschi fu tutto un susseguirsi di genti. Ma, come furono queste invasioni? Vennero questi barbari con le armi in pugno a saccheggiare e soggiogare, oppure fu una pacifica e lenta immigrazione? E' una domanda che, alla luce delle attuali indagini e conoscenze, rimane senza risposta. Se vi fu un popolo, in questa zona, che sopra ad ogni altro, prima dell'epopea romana, impresse una traccia profonda dei propri usi e costumi fu quello dei Celti. E fu una traccia tanto profonda ed indelebile che, ancor oggi, a venti e più secoli di distanza, permangono nei dialetti locali, vocaboli ed espressioni le cui origini risalgono alla lingua stessa di quel popolo. Ecco alcune parole sulla cui origine celtica non vi sarebbero dubbi: "galéta", per pane biscottato; "ciapà" per preso: "stupà", per chiuso; turato; "gnuch", per duro di comprendonio ed anche di pane non ben lievitato; "magòn", per dolore ed anche per groppo alla gola; "mòta", per piccola altura, collinetta; "meda", per catasta. A parte qualche epigrafe in alfabeto nord-etrusco, tratta alla luce da scavi archeologici, un fitto velo è steso sulla preistoria anche perchè l'invasione romana (la loro apparizione nelle contrade verbanesi avvenne sul finire della prima guerra punica - 242 a.C.) si preoccuparono di cancellare tutte le tracce di civiltà precedenti alla loro, sostituendo addirittura anche le religioni. L'OCCUPAZIONE ED IL DOMINIO ROMANO E' risaputo che l'epopea romana ha segnato una pietra miliare nel cammino della civiltà. Non si trattò di un semplice progresso o di un "passo in avanti"; fu piuttosto un balzo formidabile, una ventata di primavera che scosse e sconvolse. Le quadrate legioni romane, appena rinfoderate le armi, iniziarono una serie di opere di ordinamento, di organizzazione e di ricostruzione. I più piccoli casolari, i cascinali, i villaggi, i paesi, le borgate, furono collegati fra loro da capaci strade; sparirono i guadi sui fiumi e sui torrenti per lasciar posto ad ardite concezioni di architettura. Le nomenclature delle località subirono radicali trasformazioni; gli agglomerati urbani si ingrandirono per il sopraggiungere di nuove comunità. L' intelligenza, il coraggio, il senso del dovere e della disciplina furono le doti che portarono il popolo romano attraverso le vie del mondo... Fra tutti i problemi studiati o risolti dai Romani quello di maggior interesse fu il consolidamento dei presidi militari, dotati di casermaggi con fortificazioni cinte di mura. Nel quadro di queste realizzazioni i Romani non mancarono di curare in modo particolare la sponda piemontese del Verbano, sfruttando le sue più favorevoli condizioni geografiche nei confronti della contrapposta sponda lombarda. Attraverso le Alpi Lepontine (allora Attrezziane), furono aperte grandi vie di comunicazione dirette verso le province d'oltralpe e collegate alle strade che percorrevano la valle del Toce fino al Sempione e del Ticino fino al Gottardo. Risalendo da Sesto Calende non è possibile che gli strateghi militari dell'Urbe non abbiano considerato la lapalissiana opportunità di una fortificazione sulle due rocche (quella di Arona e di Angera) poste dalla natura quasi a guardia del lago. Non vi è dubbio, quindi, che l'arco delle colline che vanno da San Carlo a Mercurago fosse un pullulare di abitazioni e di cascinali. Mercurago, pur avendo i natali assai più lontani nel tempo, richiama il nome del dio Mercurio e, nel territorio di Paruzzaro, nei pressi di Oleggio, a fianco quasi della Statale Biellese, la zona chiamata "Borgo Agnello", dà la prova che ivi sia stato a lungo accampato un presidio militare romano: la località fu certamente un poderoso apprestamento fortificato quale difesa ad oltranza, con l'appoggio di scelte milizie, contro le invasioni barbariche. Codesto complesso doveva essere stato costruito con impareggiabile perizia e con preciso intendimento strategico-tattico, ubicato anche con evidente logica potendosi, da quella posizione, facilmente controllare buon tratto della vallata del Ticino. E' un compito oltremodo difficile inquadrare con esattezza il periodo della costruzione; è però opinione probabile e diffusa che la prima necessità di tale ciclopica opera sia derivata da quelle operazioni militari intraprese da Caligola non ancora imperatore; operazioni militari che interessarono tutto il Vergante. La località di Borgo Agnello fa parte del comune di Paruzzaro, un borgo antichissimo legato ad una storia suscettibile certamente di alquanto interesse, situato nel basso Vergante (da "vergere" che fa il monte alla plaga d'oriente, la regione che, dal Ticino, nella stretta di Dormelletto, si distende sino oltre Stresa, dominata dalla catena del Mergozzolo sulla quale s'innalza la vetta del Mottarone ed intersecata dai corsi d'acqua: Vevera, Tiasca, Erno, Grisana, per citare solo i più noti che attraversano, scendendo al lago, un incantevole paesaggio. Il nome di "Paruzzaro" lo si trova in un documento del 1035, nel quale è disposta una donazione di un appezzamento di terreno fatta dai coniugi Ainardo e Maria alla chiesa di San Giuliano di Gozzano (la giurisdizione di tale chiesa matrice si estendeva allora su tutto il territorio a monte del Verbano). Detto feudo terriero è ubicato in "Olegio qui dicitur Paruciaro". Nella zona di "Olegi " ve n'erano parecchi: "Olegio Paruciaro", "Olegio Scanulfo" o "Galulfo", "Olegio Castrum" o " Eulogium" (tramutato, poi, il "Olegio qui dicitur longobardorum") "Monte Olegiasco", l'attuale Montrigiasco. Taluni storici avanzano la ipotesi che, in quell'epoca, "Eulogium" derivi da "eu" = nobile e "logium" = legione, ma è una supposizione piuttosto avventata. Parecchi studiosi, tra i quali (e forse il maggiore): il De Vit (Vincenzo De Vit: Il Lago Maggiore, etc. - Prato 1875) sono giunti a concludere che l'etimologia di questo "Oleggio", allora piuttosto usato come nome comune anzichè proprio, derivi dalla lingua celtica, da "oll" che significa "altura" dove appunto sono collocati i vari sopraccitati paesi, in posizioni dominanti al pari di molti castelli del Vergante costruiti, si suppone, durante la dominazione longobarda. Osservando le mappe di Paruzzaro e di Oleggio Castello, si notano evidenti denominazioni di località legate alle vicende belliche di Borgo Agnello, con voci, ad esempio, di "prela" la quale non è altro che la corruzione del termine latino "proelia" che sta a significare "combattimento"; oppure "battaina" una località che aveva preso tale denominazione appunto perchè colà pare si fosse svolta una cruenta battaglia. Oggi si possono osservare ancora i resti delle massicce mura di Borgo Agnello, un poco sbrecciate e dove l'edera si è abbarbicata tenacemente, corrispondenti alle due delle quattro porte d'accesso all'accampamento: la "decumana" e la "pretoria", simmetricamente poste a destra ed a sinistra della sopraddetta rotabile a poco meno di duecento metri una dall'altra. Sono due costruzioni in pietra viva dall'aspetto grigio, ad arco a pieno sesto, cui la pàtina del tempo ha accentuato la fredda severità che sempre caratterizza le opere romaniche. Delle altre due porte non vi è più la minima traccia, mentre ancora è ben evidente la parte del fossato che cingeva tutto l'accampamento. Certamente tutta la zona sulla quale sorgeva Borgo Agnello custodisce tombe ed oggetti riguardanti i secoli trascorsi e ne sono la conferma alcuni occasionali ritrovamenti d'epoca recentissima e la tomba in pietra viva contenente i resti umani polverizzati, avvenuta ad opera di alcuni operai durante i lavori di scavo per la posa di un traliccio della linea elettrica. Anche la fantasia popolare si è sbizzarrita ad inventare leggende come avviene per tutte le località storiche avvolte nel mistero e nella tradizione dei secoli; così oltre a supposti immani tesori sepolti nelle viscere della terra, si parla anche di un leggendario stivale tutto d'oro! Lo smantellamento degli apprestamenti difensivi di Borgo Agnello, venne disposto attorno al 1358 da Galeazzo Visconti, nipote di Matteo Visconti detto "il Magno" dal quale, dopo il suo decesso ereditò i possedimenti di Como, Novara, Vercelli, Alba e molte altre terre del Piemonte. L'amministrazione di questi beni fu, da parte sua, pessima tanto che i suoi sudditi dal malcontento, passarono alla ribellione dando origine a delle guerriglie che durarono oltre due anni. Così il formidabile bastione di Borgo Agnello, dopo aver assolto alla millenaria funzione difensiva in appoggio, prima alla penetrazione romana e poi al consolidamento dei domini barbarici, cadde mestamente sotto i colpi di piccone, con quelli di Castelletto, di Invorio e di altri del lago. Dell'occupazione romana di Oleggio Castello resta ancora una lapide scoperta a grande profondità nell'anno 1870, scolpita su di una rozza pietra con caratteri grandi, affatto barbarici, collocata, a cura dell'avv. cav. Giuseppe Ravizza, novarese nella collezione della canonica di Novara. Essa reca: BANONA DACONIS F. S. F. I. variamente interpretata: Filia sibi fieri iussut = Sua figlia per legge oppure, come la riferisce il Mommsen nella sua opera: "Corpus Iscriptionum Latinarum", sotto il n. 6621, divisa in tre linee l'ultima delle quali è così variamente intesa: F. P. S. V. che danno una diversa lezione Filia posuit sibi viva = Pose per lui la vivente sua figlia. Il suddetto Ravizza, dal canto suo, la intenderebbe così: F.T.F.J. Filia Testamento Fieri Jussit = Comandò che il testamento fosse a favore della figlia. (libera traduzione). LA LUCE DEL CRISTIANESIMO Iniziata la precipitosa parabola discendente dell'astro romano, minato dalla sregolatezza dei costumi, dalla mangiatoia di Betlemme sorse la fiaccola della speranza e della salvezza per la intera umanità. Appena i Cristiani, in seguito all'editto di Costantino (313 d.C.) poterono lasciare i dedali delle catacombe e scrollarsi il terrore delle terribili ed inumane persecuzioni, ebbe principio la luminosa era: l'era cristiana. La penetrazione del Cristianesimo nelle regioni del Verbano è, ancor oggi, oggetto di discussioni poichè, a tale riguardo, storia e leggende si confondono con un insieme di documentazioni contrastanti, a cronache imbevute di superstizioni pagane, a miti attinti dalla bocca del popolo e tramandati di generazioni in generazioni. La Chiesa episcopale di Novara, dalla quale dipende la parte occidentale del Lago Maggiore trae la sua origine dall'attività e dalla gloria di un suo vescovo celeberrimo san Gaudenzio. Ma pure la Chiesa milanese esercitò una certa influenza su queste terre: parè infatti che già nel '51 d.C., san Barnaba, giunto a Milano, evangelizzasse le genti verbanesi.
Ma coloro che, più di tutti, hanno lasciato orme incancellabili furono i due fratelli san Giulio e san Giuliano, venuti dalla Grecia ad annunciare la dottrina di Cristo in queste contrade. I "passionali" che, di questi due santi, si conservano negli archivi capitolari di Colonia, Novara ed Intra dicono: "...venerunt ad insulam modicam quae est in lacu qui subjacet civitati quae noncupatur Stazona" - "...vennero ad una piccola isola situata nel lago sottostante alla città di Stazzona (Angera)"- "construendo basilicas, erigendo ac dedicando altaria populusque sacra Baptismatis unda tingendo... " - "per costruire basiliche, per erigere e consacrare altari aspergendo il popolo con la sscra acqua battesimale..." La tradizione e le leggende tramandate sull'attività e i viaggi dei due Santi fratelli, sono in contrasto fra di loro; un fatto è certo: la costruzione di molte chiese (la tradizione, confermata anche dal Bescapè, vuole che siano state cento). Brebbia, Intra, Traffiume, Montorfano, Cannero, per citarne alcune sul Verbano ed altre soprattutto nel Cusio. Edifici che resistono ancora agli assalti delle intemperie e del tempo. Anche la chiesa di Oleggio Castello, sempre secondo la tradizione, sembra sia stata una di quelle cento e (almeno nella parte centrale) eretta dai due Santi; specificatamente attribuita alla opera di san Giuliano, al quale, in un primo tempo pare sia stata dedicata. LA CHIESA PARROCCHIALE Vediamola un poco questa parrocchiale che ha raccolto in essa generazioni e generazioni; dove furono sempre benedetti gli avvenimenti gioiosi della vita tanto dei singoli quanto della collettività; dove si è sempre pregato ed implorato le grazie del Signore, particolarmente negli avvenimenti tristi e luttuosi. Posta su di un altipiano, in una posizione incantevole, essa, al pari di un'amorosa madre, vigila sulla vita febbrile dei suoi figli e veglia il riposo di coloro che si sono addormentati nel sonno eterno.
Un tempo, stretti attorno a questa semplice, ma tanto cara Casa di Dio, si accucciavano, quasi spaurite e trepidanti, tutte le abitazioni del paese. Al piccolo edificio, eretto certamente nei primordi del Cristianesimo, furono aggiunti, in varie epoche, le navate laterali, il coro, la sagrestia e le due cappelle: una adibita a Battistero e l'altra dedicata al Sacro Cuore. Interessante un piccolo gioiello: il pergamo (pare risalga al 1600) in noce, scolpito da un artista ignoto, ma certamente valente, con episodi della vita di san Martino, patrono del paese. Vi si venerano anche: san Michele, san Venanzio, san Benigno e santa Costanza. Vi è poi la riproduzione su tela di una Madonna con il Bambino, copia di un famoso dipinto che trovasi nella chiesa della Consolata di Torino. Il quadro è stato regalato dalla regina Maria Teresa, moglie di re Carlo Alberto di Savoia alla famiglia Visconti di Oleggio Castello che frequentava la corte reale. DAI LONGOBARDI AI VISCONTI Dopo i Romani le nostre contrade furono preda di vari popoli barbari; gli Unni, i Vandali e numerosi altri che si succedettero nelle spogliazioni, sino ai Longobardi i quali si stabilirono in quasi tutta l'Italia settentrionale (che, da loro, prese il nome di "Longobardia" = Lombardia). In seguito essi si pacificarono amicandosi con le popolazioni locali e, per l'opera persuasiva della loro regina Teodolinda, abbracciarono anche la religione cristiana. I Longobardi dovettero, nei secoli del loro dominio difendere continuamente e strenuamente la loro conquista: tra una pausa e l'altra di continue guerre cruenti si dedicarono quasi esclusivamente a fortificare le città ed i paesi sotto la loro giurisdizione, facendo erigere manieri e roccheforti. La maggior parte degli storici suppongono che si deve a quest'epoca la più numerosa erezione dei castelli di tutta la zona tra i quali anche quello di Oleggio (chiamato appunto Olegium Longobardum = Oleggio dei Longobardi) perchè appannaggio di quel popolo. Storici e cronisti sono tutti concordi nel descrivere lo stato miserando nel quale ridussero questa regione; con la loro amministrazione non vi fu mai un ordinamento politico vero e proprio salvo qualche istituzione di orgigine teutonica; tutto però dipendeva dal dispotismo e dall'arbitrio dei diversi capi che governavano le varie regioni con titoli, nobiliari tra i quali quello di "duca". Nel secolo IX il grande Carlo Magno conquistava l'Italia; fattosi incoronare imperatore a Roma e costituito il "Sacro Romano Impero", si mise con impegno a riordinare i suoi immensi domini. Il De Vit (Vincenzo De Vit: Il Lago Maggiore, etc. - Prato 1877) ci riporta, nella sua opera, la più antica memoria che si abbia di questa suddivisione ed è una "carta" datata 11 settembre 807. In essa si viene a conoscere che Olegium Longobardorum dipendeva, con Castellettum (Castelletto) dalla pieve di Invorium (Invorio Maggiore). Nel 963 d.C. il comandante delle truppe di Ottone I, conte Amizzone del Seprio, fondò ad Arona l'abbazia benedettina e la chiesa dei Santissimi Martiri portando da Perugia le sacre spoglie dei santi Gratiniano e Felino. E l'abbazia benedittina divenne, per questa terra, oltrechè un punto di raccolta, anche centro propulsore di sempre nuove operosità; fu una luce che s'irradiò ad illuminare sempre più vaste zone del Verbano e del Vergante. Gli abati, oltre ad esplicare la loro missione spirituale, esercitarono sempre più la loro podestà feudale che, in quel tempo, divenne pressochè assoluta; le continue donazioni di terreni e di beni immobiliari arricchirono l' abbazia. Tra i documenti dell'archivio abbaziale, trascrtti in gran parte dal gesuita padre Francescantonio Zaccaria (Dè Santi Martiri Fedele, Carpoforo Gratiniano e Felino - Milano - Stamperia di Pietro Francesco Malatesta - MDCCL sin dal 13 novembre 1044,) si trova un istrumento che tratta di una donazione di terreni in "Olegio qui dicitur Longobardorum". La potenza degli abati subì il declino con il decadere dei liberi comuni e si affermò il giogo medioevale delle signorie. Guido o Guidone Visconti, nell'anno 1141, era stato investito della corte di Massino da Wernerio, abate del monastero di san Gallo in Svizzera dal quale dipendeva la piccola abbazia di Massino, per i servizi prestati. Questo Guido o Guidone era nipote di quell'Ottone I Visconti che fu alla corte di Corrado, re di Germania, e che andò, coi crociati, in Palestina a combattere contro i Saraceni. Valorosissimo uccise Voluce, loro capitano, il quale, secondo la leggenda, portava sull'elmo una vipera tortuosa che ingoiava un bambino; Ottone si aggiudicò quel trofeo che divenne lo stemma dei Visconti.
Da Pietro e da Tibaldo (o Teobaldo) Visconti partirono i rami dei Visconti di Castelletto sopra Ticino e di Oleggio Castello, cioè da Uberto, soprannominato "Picco" fratello di quel Matteo detto " Il Magno", pure nativo di Invorio, nipote del famoso arcivescovo e che seppe degnamente meritare il retaggio lasciatogli dal suo grande avo. I Visconti di Oleggio Castello furono sempre fedeli alla famiglia milanese ed anche ai loro successori gli Sforza, dopo che il ramo principale si estinse con Filippo Maria. Molti di loro lasciarono un indelebile ricordo e fra questi citeremo i più importanti. ANCHISE VISCONTI D'ARAGONA Questo valoroso capitano nacque in Oleggio Castello verso il 1480 da Alberto anch'egli capitano milanese, che ebbe il privilegio di aggiungere al proprio cognome, trasmissibile ai suoi discedenti, quello della famiglia reale d'Aragona e di portare lo stemma in premio dei servizi prestati a Ferdinando d'Aragona presso il quale era stato mandato in aiuto da Francesco Sforza. Anchise, valente ed esperto comandante, fu sempre fedele agli Sforza nella lunga lotta che questi dovettero sostenere contro i Veneziani ed i Francesi. Nel 1513 fu eletto Governatore di Novara e prese parte alla battaglia vinta, in quell'anno, dal duca Massimiliano Sforza contro i Transalpini. Già investito del feudo di Borgomanero, nel 1514 fu eletto Giudice delle Monete del Ducato ed ebbe anche la Signoria di Boca. Dopo la vittoria dei Francesi a Marignano (Melegnano), del 1515 che ridiede loro il possesso della Lombardia, ad Anchise Visconti furono sequestrati i beni e le Signorie ed egli si vide costretto a fuggire ed a riparare in luogo sicuro. Il re di Francia, Francesco I, conscio del valore dell'uomo, lo comprese nella lista di coloro ai quali avrebbe concesso il perdono purchè, nel termine di tre mesi, gli avessero fatto atto di sudditanza. La dirittura morale di questo uomo si dimostrò allorquando, con fierezza, preferì l'esilio e la perdita totale dei suoi beni e dei suoi averi piuttosto d'esser spergiuro, inchinandosi al re di Francia. Nel 1521, ripresa la guerra contro i Francesi, lo si ritrova in Lombardia al servizio di Francesco Maria Sforza (Francesco II) e prende parte onorevolmente alla vittoria della Bicocca. Ma il suo più grande titolo di merito è la difesa della piazzaforte di Arona dall'assedio delle truppe francesi, comandate da un altro italiano: Renzo da Ceri, iniziato il 4 dicembre 1523 e terminato il 2 gennaio 1524. Anchise Visconti con solo 1200 armati, aronesi e spagnoli, con perizia e con valore seppe stroncare la potenza e la prepotenza dei settimila Francesi dotate, già da allora, della più moderna artiglieria. (V. anche: Sabaudia: Ettore Asvodario o l'Assedio di Arona nel 1523 - Bertez-Millioz Editore - 1887). Taluni vogliono addossare ad Anchise Visconti un'azione non degna di un uomo di elevata statura morale quale egli era. Governatore ducale di tutto il Lago Maggiore, dopo la vittoria sui Francesi fu incaricato dallo Sforza di catturare, nei castelli di Cannero, il conte Ludovico Borromeo, colà rifugiatosi e di distruggere la fortezza. Anchise Visconti cinse d'assedio il castello sugli scogli, ma tutti i suoi sforzi risultarono vani perchè la munitissima residenza residette ad ogni assalto. In più gli abitanti di Cannero, riconoscenti non solo a chi li aveva paternamente governati, ma generosamente beneficati si industriarono con tutti i modi ed i mezzi, usando ogni accorgimento possibile per rifornire di vettovaglie e di armi il loro Signore con lo sparuto gruppo degli assediati suoi fedeli, e, quel che è di più, gli porsero anche un non indifferente aiuto militare risultato determinante in seguito, quando fu decisamente appoggiato dagli Svizzeri alleati con i Francesi, Anchise Visconti, dopo parecchi mesi di snervante assedio, senza poterne venire a capo, si rassegnò a ritirare le sue truppe doposi narraessersi vendicato degli abitanti di Cannero con il dar fuoco al loro paese che, in gran parte andò distrutto. Il Visconti, però, non era l'uomo di meschine vendette; troppo leale, può darsi che, a sua insaputa, qualche capo in sottordine abbia permesso alla soldataglia qualche rappresaglia. Cacciati i Francesi dall'Italia, egli riebbe il governo di tutto il Lago Maggiore e del Novarese (1524) ed in più gli fu confermata la giurisdizione di Borgomanero arricchita del marchesato di Romagnano. Nel 1525, sempre fedele allo Sforza, cadde in disgrazia da Francesco II di Francia che lo spogliò di tutti i suoi beni. Umiiliato ed avvilito si ritirò nell'ombra, fiero, però della sua fama intatta ed universalmente riconosciuta. Carlo V di Spagna gli tolse, poi, la condanna di ribelle. Morì a Milano ii 2 maggio 1547. GIOVANNI VISCONTI DETTO GIOVANNI DA OLEGGIO E' opinione diffusa tra molti storici che questo Giovanni da Oleggio sia stato figlio dell'arcivescovo Giovanni Visconti, ma il conte Giorgio Giulini, nella "Continuazione delle sue Memorie spettanti al Governo della città e della campagna di Milano nei secoli bassi", (Parte I - pag. 500) scrive che: «... questo, per altro, non era vero, perchè il Manfredo cognominato Botta da Gattico Novarese di fazione guelfo e di molto valore, facendo guerra per la Chiesa del contado di Novara, ed essendo nemico grandissimo de' Visconti e de' Tornielli, giunto ad entrare in Oleggio, castello di pochissimo pregio, aveva ucciso con una certa mazza di ferro che portava, il padre di Giovanni Visconti da Oleggio, ed aveva saccheggiato ed incendiato tutto quel luogo... » Questo Giovanni, dal carattere molto estroso ed ingegno eclettico, sin da fanciullo aveva iniziato la carriera ecclesiastica raggiungendo i primi gradi della gerarchia in seno alla Metropolitana di Milano, poi, a 32 anni, abbandonò quella via per darsi alla politica con successo, tantochè, nel 1336 fu podestà di Novara; una carica importante e delicata in quel tempo per causa delle lotte intestine che travagliavano la città e per la vastità della zona che gravitava su di essa. Provata con successo l'esperienza politica, egli passò a tentare quella militare e riuscì uno dei più valenti capitani dei suoi tempi. E lo si trova al servizio di Luchino e Giovanni Visconti (quest'ultimo vescovo di Novara e poi arcivescovo di Milano) quando dovettero sedare le rivolte di Bellinzona e Locarno (terre avute in retaggio da Azzone) le quali si erano ribellate ai nuovi Signori. L'oleggese era comandante di tutte le navi, le cosidette "ganzarre" (navi vastissime, capaci ciascuna di portare dai 500 ai 600 armati, dotate di cinquanta remi, di grandi vele e difese tutt'intorno con assi, torri e macchine da guerra). Nell'anno 1341, sempre dai Visconti, fu mandato, con un esercito di duemila armati, in aiuto ai Pisani in guerra contro i Fiorentini, per il possesso di Lucca. Nella battaglia presso la città fu fatto prigioniero e liberato in seguito alla vittoria dei Pisani. L'arcivescovo Giovanni gli affidò, in seguito, diversi incarichi di fiducia, lo colmò di onori, lo arricchì di prebende e lo nominò reggente della città di Bologna, che poi, nel 1360, nell' impossibilità di poterla difendere, la cedette al Pontefice il quale, in cambio, gli concesse, con il titolo di marchese, la Signorìa di Fermo. Nei pochi anni, al governo di quel marchesato, rifulsero le sue doti di Signore saggio e benefico. Morì nel 1366 e fu sepolto nell'atrio di quella cattedrale . SPAGNOLI, FRANCESI ED AUSTRIACI Investita feudalmente Arona, con parte del Lago Maggiore ai Borromeo dall'ultimo duca di Milano, Filippo Maria Visconti (1439), Oleggio Castello entrò sempre più nella sfera di influenza del contado di Arona anche se, con Invorio Inferiore, Invorio Superiore, Paruzzaro, Montrigiasco, Ghevio e Fosseno, a differenza di tutti i paesi del Vergante che dipendevano dalla diocesi di Milano, ecclesiasticamente era sotto, da tempo immemorabile, alla giurisdizione della pieve di Gozzano. E tutta la zona fu quasi sempre teatro di guerre che depauperavano le già misere popolazioni, malgrado il saggio, paterno e benefico governo dei Borromeo. Al Comune di Arona, per far fronte all'ingente spesa che gravava sulle sue casse per effetto dell'alloggio e del vettovagliamento delle truppe che si susseguivano a ritmo incessante, nell'anno 1558 in occasione del censimento generale del Ducato, vennero aggregate le terre di Dromello, Mercurago, Oleggio Castello e Muggiano Inferiore. Questa aggregazione generò continue occasioni di liti le quali non si appianarono che con sentenza del Senato di Milano nell'anno 1668. Del continuo travaglio di secoli chi ne subì le infauste conseguenze furono le misere genti inquantochè, anche se non si hanno probanti indicazioni delle condizioni economiche nelle quali versava la piccola comunità oleggese, è logica l'ipotesi che l'occupazione militare continua dai Romani ai Longobardi e poi dagli Spagnoli e dai Francesi ed altri ancora non portarono che miseria, distruzioni e lutti. E quasi non bastasse vanno aggiunte le calamità quali le carestie, i flagelli e poi la peste. Terribile fu quella del 1524 durante la guerra accennata degli Sforza e loro alleati contro i Francesi. E' doveroso, nella storia di Oleggio Castello, un accenno alla peste del 1576, il cui suo tragico evento, al contrario dei precedenti dei quali si hanno scarse notizie, è fin troppo noto e commentato. Questa terribile pestilenza che devastò gran parte dell'Italia è distinta dalle precedenti e dalle successive con l'appellativo di "peste di San Carlo", proprio perchè si volle ricordare, con il più grande e durevole elogio, la stragrande carità di un pio pastore il quale divise con il suo gregge le sofferenze ed i patimenti e che si prodigò eroicamente nell'impari lotta contro il flagello. Due sono le supposizioni degli storici circa l'abbattersi sul paese della terribile avversità; la prima che il morbo sia penetrato con merci provenienti dall'Ungheria parte da Trento e Verona e parte per la Svizzera; la seconda che l'attribuisce al continuo girovagare di milizie d'oltralpe, vere masnade di ribaldi. Dal Tirolo il contagio si diffuse ben presto nella Repubblica Veneta e nel Ducato di Mantova per estendersi ed infestare, poi, tutte le altre regioni limitrofe. Narra il Medoni, autorevole storico (Francesco Medoni: "Memorie storiche di Arona e del suo Castello" - Novara 1844) che a Paruzzaro, il 14 marzo 1576, erano stati colpiti dal morbo tre componenti una famiglia la quale aveva dato ospitalità ad un merciaiuolo di Pogno della riviera del Lago d'Orta reduce dal Bramante e che, sbarcato nel porto di Livorno, era riuscito a continuare il suo viaggio verso casa sfuggendo ed eludendo la vigilanza sanitaria. La bufera si calmò solo alla fine del settembre successivo ed a quell'epoca s'era ormai giunti al decesso di oltre duecento persone in un paesello che, certamente, ne contava solamente qualche decina in più; e questo malgrado le più diligenti precauzioni usate dagli ufficiali di sanità del Ducato i quali provvidero ad inviare sul luogo medici e commissari. Costoro, ad onor del vero, e stando alle cronache del tempo, non si risparmiarono per contrastare il passo alla pestilenza. Tuttavia la peste si era rapidamente diffusa non solo nei paesi della riviera del Lago d'Orta ove quel merciaiuolo era arrivato, ma in quasi tutta l'Italia settentrionale (il borgo di Melegnano ebbe la percentuale più alta di decessi e, nella città di Milano, sempre secondo gli storici, le vittime furono più di diciassettemila.) Come riferiscono le cronache, Arona fu miracolosamente preservata e la grazia fu attribuita alla protezione dei santi Fedele e Carpoforo. Difatti, il 13 marzo 1576 parti delle loro reliquie (che erano state traslate furtivamente a Milano per il costruendo tempio di san Fedele) furono restituite da san Carlo alla sua città natale (da quella data si è iniziato la ricorrenza annuale detta del "tredicino"). Fiorì anche una leggenda, riportata da Carlo Ramponi sul Bollettino parrocchiale "La Campana di Oleggio Castello" del gennaio 1963. Nella tragica circostanza, gli abitanti di Oleggio disperati si rivolsero, con fervente divozione e fiducia a Colei che è più vicina a Dio perchè la più vicina gli uomini: Maria Santissima. La sua dolcissima figura di Madre fu collocata un poco dovunque e davanti ad Essa si strinsero in accorata preghiera uomini spettrali, larve di uomini, donne consunte dal terrore ed ormai prive di lacrime per piangere. L'affluenza era maggiore particolarmente intorno alla cappella della Beata Vergine delle Grazie, una antichissima cappella risalente, sembra, al V secolo d.C., al centro del paese. Essa era stata fatta costruire dall'arcivescovo di Novara, san Simplicio, in seguito alla definizione, quale dogma di Fede, della divina maternatà della Madonna. Sull'altare maggiore vi era una soave immagine di Maria veramente ammirevole ed a questa immagine il popolo rivolse l'accorata implorazione. La mite, amabile Madonnina alzò un braccio per benedire e con il capo fece un cenno di assenso: ascoltava le loro preghiere; la peste sarebbe presto scomparsa! e la peste scomparve veramente!. Quell'immagine è tuttora conservata e venerata in quella che la gente del paese chiama "la chiesina". Più di mezzo secolo dopo, una nuova e più terribile uguale calmità si abbatteva sulle popolazioni dell'Alta Italia. I cronisti dell'epoca e gli storici, in seguito, hanno tramandato quegli orrori con terrificante verismo, ma, al di sopra di tutti, si erse il Manzoni il quale ne fece una rievocazione incomparabile nel quadro tragico dell'odissea vissuta dalle genti del ducato di Milano. E tanto fu grande il Manzoni nel descriverla che la peste passò alla storia con il suo nome. Quel periodo è dominato da un'altra eminente figura: il cardinale Federico Borromeo che, per far fronte alla dilagante miseria della precedente carestia ed alle conseguenze del morbo pose mano ai fondi destinati ad altre importanti opere ed attinse largamente al patrimonio del suo illustre casato. Oleggio Castello ed i paesi del Vergante furono ancor più sventurati delle precedenti calmità; la pestilenza compì una strage orrenda; paesi interi furono cancellati dalla carta geografica ed ancor oggi si incontrano, spersi nei boschi, i resti di quelle che furono le modeste, umili chiesette di quelle comunità scomparse nell'arco di pochi giorni. Dopo vent'anni, nel 1650, la pietà degli abitanti di Invorio raccolse i resti delle vittime e sopra l'ossario comune fu innalzata una colonna di granito sul cui piedestallo si incise questo funesto ricordo: "... hic annis 1630-1631 lacrimoso tabisfacto defunctorum ossibus contumulatis pietas comunitatis Invorii erexit monumentum hoc anno MDCL..." («Qui la pietà degli abitanti del comune di Invorio, dopo aver raccolto in sepolcro le ossa dei morti della peste degli anni 1630-1631, eresse questo monumento nell'anno 1650...»). |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
ORATORIO di SAN ROCCO di Carla Barbassa |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Con Oratorio si definiva quel luogo sacro dove venivano eseguite composizioni musicali, per lo più a soggetto religioso che, scostandosi dal melodramma si avvalevano dell'impiego di voci soliste, coro e orchestra eliminando però tutto l'impianto scenico. Da tempo questi oratori sono utilizzati per lo più come piccole chiese consacrate, dove si svolgono funzioni religiose con frequenza regolare. Nell'abitato di Oleggio Castello lungo la Statale si incontra, all'ingresso del paese per chi proviene da Arona, un'oratorio intitolato, secondo documenti comunali ai S.S.Rocco e Grato mentre l'archivio parrocchiale lo cita come intitolato a Maria Vergine. La più antica menzione disponibile risale al 1676 ma l'architettura semplice e regolare, ben lontana dal barocco, la tradizione popolare e la presenza di affreschi, sicuramente di molto precedenti a tale data, consentirebbero di retrodatare di parecchi secoli la sua costruzione. La facciata dell'Oratorio dove dal 1620 è stata collocata una piccola lapide è arrichita da un portichetto a volta sostenuto da due eleganti colonne in pietra viva: di questo materiale è lastricato anche il pavimento. Sotto il portico e sopra il portale è presente un affresco in precarie condizioni di conservazione, rappresentante la Madonna del Castello. Sulla parete esterna che fiancheggia la statale, ben visibile da tutti i passanti è stata collocata una grande croce in legno a ricordo di una crociata missionaria, promossa dai frati capuccini, che nel 1934 coinvolse con partecipe e fervida adesione la comunità oleggese. Appoggiata alla parete esterna di fondo è tuttora ben conservato un grande abbeveratoio in pietra, privo attualmente, del getto perpetuo di acqua come avveniva sin dal 1970. Il piccolo campanile è dotato di una campanella il cui suono precedeva l'inizio delle funzioni. Una curiosità la campanella scandiva ogni giorno l'inizio delle lezioni della Scuola Elementare, per questo motivo la buona conservazione del campanile, campanella e corda sono di pertinenza del Comune. L'interno presenta una sola navata: piastrelle molto comuni hanno sostituito I'originaria pavimentazione in pietra. Sulla parete di fondo è appoggiato l'altare: lo spazio riservato al celebrante è delimitato da una balaustra in legno verniciato, mentre sopra l'altare sono situati gli elementi più importanti dell'oratorio. Nella parte superiore due statue in legno dorato, a destra quella della Vergine genuflessa rivolta verso l'altra, a sinistra rappresentante l'Angelo Gabriele: entrambe sovrastate da una colomba raggiata, simbolo dello Spirito Santo. Il complesso ligneo illustra il mistero dell'annunciazione, la parte inferiore è costituita da tre affreschi di pregievole fattura, anche se più volte restaurati nel corso dei secoli. Al centro la Madonna con il bambino, a destra San Grato Vescovo, a sinistra San Bernardo Abate.
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
ORATORIO di SAN MICHELE di Guido Rossi e Claudio Bertone |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Nella maggiore frazione detta Ceserio, circodato all'Ovest da una piazzetta, fiancheggiato da annessa casa colonica si erge il nuovo fabbricato dell'Oratorio di San Michele riedificato sulle rovine e coi materiali dell'antica Chiesa atterrata da un colpo di fulmine la notte del 24 giugno 1810.
Utilizzando le pareti laterali rimaste si riedificò il nuovo Oratorio, l'interno dell'Oratorio è dotato di un grosso cornicione sostenuto da due lesene simmetriche nei due muri laterali, legati da una chiave di ferro, sufficentemente illuminato dalle finestre laterali, il pavimento è di calcestruzzo. Secondo la tradizione si celebrava una sola Messa nel giorno di San Michele, con la fattiva collaborazione di un gruppo di chirichetti i quali provvedevano a raccogliere l'occorrente per la musica, addobbi e mortaretti. Una piccola cappella esisteva nella frazione Valle Vevera situata a fianco del forno, aveva un'altare di muratura e un'affresco raffigurante Maria Vergine. Non si festeggiavano e non si celebravano Messe, solo nella Prima domenica di Maggio l'altare veniva adornato nel migliore dei modi per lo più dagli abitanti della Frazione. Una piccola cappella eretta in mezzo ad un campo sulla Strada per Gattico è stata abbandonata da tempo ed ora è ridotta a pochi ruderi. Splendido è l'Oratorio privato di proprietà Dal Pozzo eretto nella parte esterna della villa. E' di stile gotico ben decorato con altare di marmo, vetri istoriati, la Messa si celebrava solo nelle domeniche e nelle feste solenni durante il soggiorno estivo dei proprietari che concedevano l'ingresso anche ad estranei alla famiglia. |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
IL CASTELLO - VILLA MARCHESI DAL POZZO Sito: www.ilcastello-dalpozzo.it |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Uno scorcio d'Inghilterra - di Cassiano Dal Pozzo
Il Castello di Oleggio Castello rappresenta un esempio pressoché unico ed abbastanza raro, per la sua coerenza, continuità e leggerezza di stile neogotico, ispirato al gotico cinquecentesco inglese: esperti d'arte britannici hanno recentemente definito l'architettura della villa come una delle espressioni più pure di reinterpretazione del gotico Tudor in Italia, quale espressione artistica dell'età Vittoriana. Il Castello di Oleggio Castello, curato nei minimi particolari nei primi dell' 800 dal Marchese Claudio Dal Pozzo, presenta tutte le migliori caratteristiche di questo movimento di ispirazione culturale ed architettonica tipicamente anglosassone, ma ingentilito, semplificato e stemprato dal gusto più mediterraneo e latino del suo proprietario. All'esterno il Castello presenta, attraverso il portico d'ingresso, la Cappella, la massiccia torre quadrata di levante, la torricella ottagonale sullo spigolo sudoccidentale, una fisionomia molto compatta. L'architettura costituisce poi, un tutt'uno con la decorazione interna: le vetrate istoriate a colori per le finestrelle dell'abside della Cappella, fatte eseguire in Inghilterra, i cancelli in ferro battuto, ripresi da modelli scozzesi, le porte in legno massiccio intagliato, le pareti dipinte, l'abbondante uso del legno, le mensole in pietra scolpita con figure di angeli per l'appoggio delle travi dei soffitti, l'incastonatura sui muri esterni di varia provenienza. All'interno lo studio attento e l'amorevole cura per l'esecuzione di ogni particolare, sono presenti negli stencils alle pareti, nei decori delle piastrelle, nelle decorazioni dei mobili e riportano allo spirito, al clima culturale di William Morris ed al movimento da lui creato, denominato "Arts and Crafts".
Il Castello è circondato da una grandiosa sistemazione paesaggistica, con modellazioni di terreno e disposizione di essenze arboree rare di grande interesse botanico che, sui declivi a prato, lasciano liberi dei cannocchiali dai quali esso troneggia, dominando dalle alture il dolce e lussureggiante paesaggio del Lago Maggiore. Il parco, così come descritto, è stato pensato e lasciato il più possibile al naturale, privilegiando la spontaneità alle più rigide disposizioni geometriche e simmetriche dei secoli precedenti. Il giardino dell'800 vuole essere una copia della natura. Abbondano perciò vaste distese d'erba, il lago col laghetto adiacente, la grotta, l'isolotto, i salici piangenti. Un insieme che magistralmente compendia e fa da cornice all'imponente maniero neogotico sovrastante.
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||